Elisabetta
Gut

Roma 1934 - 2024

Biografia

Dopo una prima esperienza con la pittura, inizialmente di impronta post-cubista e poi informale, l'artista svizzero-italiano ha sperimentato le relazioni tra immagine, scrittura ed elementi naturali, sviluppando collage e assemblaggi che si inseriscono nella ricerca della poesia visiva.Fogli scritti
a mano rilegati con filo di cotone e foglie, spartiti musicali posizionati all'interno di semi, libri in gabbie o gabbie di libri, le sue opere sono state esposte in importanti mostre quali: Materializzazione del linguaggio (Biennale di Venezia, 1978); Arte come scrittura (Quadriennale di Roma, 1986); Fotoidea (Biennale di San Paolo, 1994); Post scriptum. Artiste in Italia tra linguaggio e immagine negli anni '60 e '70 (Biennale Donna di Ferrara, 1998). Le sue opere fanno parte delle collezioni permanenti del MUSEION di Bolzano, del MUSINF di Senigallia, del MART di Trento e Rovereto, del Centro Pecci di Prato, del MA*GA di Gallarate, del MRAG di Maitland e del NMWA di Washington.
Dal 1956 ha tenuto oltre 30 mostre personali in gallerie e musei italiani e stranieri, nel 2019 alla Galleria Cortese & Lisanti di Roma, al Museo del Popolo Abruzzese di Pescara, al National Museum Women in the Arts di Washington e alla Maitland Regional Art Gallery di Maitland (Australia).

Elisabetta Gut

Testo critico

"L'artista ha quindi raggiunto la sua attuale maturità attraverso un percorso operativo che è stato un arricchimento ininterrotto: ricerche polimateriali e ottiche, poesia visiva, fino all'obiettivo di questa tecnica mista, capace di collegare ciò che è distante, in una continua scoperta di affinità: il ramo e la scrittura arcaica, il fiore e la scrittura orientale, il guscio vegetale e la copertina di un libro, il filo e il segno, il pizzo e l'ideogramma; anche qui sconvolgendo i piani dell’esperienza e mettendo natura e cultura sullo stesso piano.
Così il groviglio di segni del suo passato pittorico è diventato lo ‘scioglimento’ dei suoi libri tagliati, un groviglio oggettivato, una cancellazione volumetrica ottenuta con le forbici. E il ricamo, che trent’anni fa inseriva nella tela, rivisitando il taglio di Fontana per sublimare in valori di luce l’anonimo contributo femminile, si ritrova nelle scritture arabe e cinesi che le sue mani ora ritagliano e immergono in acquari di vuoto luminoso. Tutto può entrare in questo ciclo di metafore implicite e mostrare la somiglianza del mondo creato con gli strumenti della conoscenza e dell’armonia. Come i nomi dei poeti formano piume, così i semi separano fili per strumenti musicali immaginari, guide per un ascolto interiore.
Per questa artista negazione e affermazione si identificano. È stata la prima a usare il filo come segni di cancellazione e di scrittura musicale; pentagrammi e corde per vibrazioni inudibili. Ed è proprio la sua malinconia a garantirne l’intensità. La difficoltà, in un’operazione in cui, come in questo caso, si riprende un’iconografia ampiamente connotata come poetica, sta nella capacità di sottrarla a ogni poeticismo prestabilito, per riacquistare una freschezza nativa all’interno delle stesse strutture della cultura.
Così la Plume de Poète (Piuma del Poeta) è anche una Plume d'Artiste (Piuma dell'Artista), uno strumento, non più letterario, di comunicazione globale, un triplice segno di natura, scrittura e leggerezza"

_Mirella Bentivoglio

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